Oggi parliamo di…. Irene “no non era colpa mia, la rinascita dopo la violenza” – Il 25 novembre tutti i giorni

Irene è una giovane donna vittima di violenza, una violenza psicologica e fisica, perpetrata per mesi dal suo compagno, un uomo apparentemente normale che si è rivelato poi essere uno stolker. Oggi è qui con noi per raccontare la sua storia perché  la sua testimonianza possa aiutare altre donne e  perché un 25 novembre non debba più esistere.

Irene raccontaci di te e di quello che è successo: “Parlare della mia storia non è facile, perché mi ha completamente segnata, sia quando l’ho vissuta sia nel post processo, mi ha segnata nel vivere le relazioni, è stata una spada che mi sono portata conficcata nell’anima. L’unica cosa che posso dire, è che mi posso reputare una donna coraggiosa, questo me lo devo! E’ una gratificazione che devo concedermi, è quello che mi ha fatto andare avanti! Denunciare, andare avanti, essere presente alle udienze, perché dovevo farlo per me e per le altre donne che non trovavano il coraggio di farlo.Quando tutto è finito, mi sono sentita rafforzata. Questa forza mi ha permesso così di parlare con tante donne e raccontare la mia esperienza, della quale, io prima mi vergognavo profondamente.”

Uno degli aspetti tremendi che discendono dagli atti di violenza, è, infatti, il senso di vergona, il senso di colpa, perché anche se tu sei la vittima, anche se tu sei in mano a un uomo che ti sta stritolando la mente e le viscere, tu, donna, ti senti in colpa perché lui riesce a farti sentire la peggiore donna del mondo.

“E’ vero è così perché gli stolker sono degli esseri potentissimi, ti fanno sentire un’incapace e allo stesso tempo colpevole delle loro reazioni. Io pensavo, è colpa mia se reagisce così, se io fossi diversa, lui sarebbe buono! Questo ha effetti terribili nella mente di una persona. Il mio/tuo essere è azzerato completamente, perché hai perso il rispetto e la fiducia in te stessa, e in più c’è la fatica di affrontare un processo”. 

Irene parliamo del processo, ad ogni udienza tu eri presente:  “Si sempre, un processo che mi ha visto sempre, sempre presente, un processo in cui la difesa ha tentato di sminuirmi in ogni modo. Io ho vinto con una sentenza schiacciante! Ma anche durane il processo, si è cercato di minare ogni mia certezza e si è cercato di far ricadere la colpa su di me… il suo avvocato, fra l’altro una donna, ebbe da ridire sui miei occhiali da sole, a suo dire molto appariscenti, e sui miei capelli biondi…tutto quello che sentivo dire su di me andava ad aumentare il mio senso di frustrazione. Ogni volta, all’uscita dall’aula il dubbio s’insinuava:…..forse davvero lui aveva ragione, forse davvero era colpa mia, forse davvero nessuno mi crederà? Ad ogni udienza, ad ogni preparazione all’udienza un continuo domandarmi: sono io che sbaglio? Io non ero più padrona di me stessa, lui era riuscito ad annientarmi”. 

Irene come ti confrontavi con gli altri, in che relazione ti sei messa con il resto del mondo in quei momenti: “Io mi vergognavo molto, ero terrorizzata, e credevo di morire, ma questo ormai per me era certezza. Io non temevo ormai più per la mia vita, ma per la vita degli altri. Io mi sentivo responsabile per la vita dei miei cari. Loro erano in pericolo per colpa mia! Questo era terribile! Io, ero la causa del male, che lui faceva alle persone che amavo”. 

Le sue minacce erano quindi chiare esplicite? E a chi erano rivolte? “ ho centinaia di messaggi di morte, lui lo scriveva, lo diceva e lo scriveva! E’ tutto negli atti del processo…Lui non minacciava di morte solo me, ma minacciava la mia famiglia e chiunque mi stesse vicino. Ha minacciato mia madre mio fratello le mie nipotine ancora minorenni… abbiamo dovuto mettere impianti di videosorveglianza, perché anche se io non vivevo con loro, poteva capitare che a volte mi trattenessi lì e allora succedeva l’impossibile, calci pugni alle porte alle finestre, le mie nipotine si svegliavano terrorizzate e piangevano piangevano…io non lo potevo più sopportare… Lui ha preso al collo la mia migliore amica, di fronte alla sua bambina, e voleva gettarla dalla finestra, non lo dimenticherò mai… Questo carico emotivo era insostenibile, il terrore che lui spargeva intorno a me, mi ha fatto decidere di isolarmi. Mi sono rinchiusa nella mia solitudine per tenere così al sicuro le persone a me care. Ho cercato di separarmi dal resto del mondo per salvare chi amavo”.

Irene hai dovuto subire tanti tipi di violenze dal tuo aguzzino: “la peggiore, la violenza psicologica, perché quel tipo di violenza è un calvario lungo, una lima che incide l’anima, giorno per giorno, parola per parola. Sai, le donne sono forti, un pugno, un calcio, un ematoma, le donne si rialzano, se restano vive…ma dallo sfinimento dallo sgretolamento psicologico è davvero difficile riprendersi. E’ come una bomba, un terremoto che ti esplode dentro, e poi tu devi metterti li, piano piano, e ricostruire”.

Irene, dove è nata questa violenza e come: “Lui era il mio compagno.  Poi ha iniziato a mostrare questi sintomi, questi segnali su cui io ora mi focalizzo molto, perché uno stolker, non diventa tale in un giorno, non è un raptus, lo stolking è un processo che piano piano nasce, cresce, e tutti i segnali sono campanelli di allarme che ti devono far fermare subito. Dico sintomi perché è come per le malattie, se riconosci il sintomo puoi curare la malattia e puoi salvarti! Così nel caso dello Stolking, perché gli stolker sono tutti uguali, è come se ci fosse un manuale. Inizia con il controllo, con il mascherare il controllo con l’amore, una voglia di condivisione, ma che condivisione non è, è ossessione. Ci sono tante cose che una donna può notare e che possono salvarla. Il passaggio è lungo, ci voglio mesi, è un cambiamento lento, una progressione continua e inarrestabile. E’ vero, però, che più passa il tempo, e più la donna s’indebolisce, e lui, invece, prende forza. Per questo i segnali sono fondamentali! Perché si deve chiedere aiuto subito, dopo è un disastro!” 

Quanto è durato questa progressione nel tuo caso: “tre, quattro cinque mesi, mesi in cui lui ha iniziato a controllare ogni cosa. In quei mesi i primi segnali”.

Quali sono questi segnali, aiutaci a creare la cassetta di pronto intervento salvavita: “Il controllo ossessivo di tutto quello che ruoto intorno a te/me in questo caso, gli orari, con chi sei, dove sei, come sei vestita, ti trucchi non ti trucchi, voglio vedere quanto sei bella… no non è vero non è per questo che lo chiede! Poi inizia a dirti: voglio vedere il telefono! Se ti rifiuti, come ho fatto io, allora lui comincia a dire: “vedi, se non vuoi che lo veda allora ho ragione a pensare male, ho ragione io,  mi nascondi qualcosa”. E così inizia questo lavoro psicologico di controllo assoluto di tutto fino a che inizia a seguirti. E lo trovi ovunque, e lo vedi dietro a un angolo che si nasconde. Quando poi gli chiedevo come mai fosse li, lui mi rispondeva che voleva farmi una sorpresa…  Io lo trovavo ovunque, sotto casa, a lavoro, dove c’ero io c’era anche lui… lui mi faceva le foto da fuori il negozio e me le mandava dicendomi che non era il modo di andare a lavorare vestita così. Lui era ovunque io fossi, lui conosceva esattamente ogni mio spostamento”. “Ricordo che andai da un’amica in Sicilia per allontanarmi un po’, e al mio ritorno a Pisa, si aprirono le porte, e lui era li. Non so come abbai fatto, ma era li”. 

Lui ha mai usato violenza fisica contro di te? “Si tante volte, ma l’ultima, quella da cui mi sono salvata è stata la più terribile, in quell’occasione sono stata salvata da una pattuglia della Polizia”. La più Terribile perché? “Perché forse, senza l’intervento della Polizia, quella volta, sarei morta”. Perché c’è stato un excaletion?  “Si, prima era più la violenza psicologica, e rispetto a quello che si sente tutti i giorni, la violenza fisica era nulla. Io ho dovuto chiedere aiuto a degli specialisti per riprender in mano la mia vita, perché ero completamente distrutta, anche se pubblicamente ho sempre cercato di dare un’immagine dignitosa”.

Tu hai denunciato subito? “No, no! Io all’inizio non volevo denunciare, io ero spaventata a morte perché lui mi diceva che nessuno mi avrebbe creduto. Eppure io avevo prove di minacce di morte e di pedinamenti e quant’altro, ma io credevo a quello che mi diceva lui, CHE NESSUNO MAI AVREBBE CREDUTO A QUELLO CHE DICEVO IO! Quindi non ho denunciato.

Cosa è successo poi? Come sei arrivata a denunciare? “E’ successo che una sera, non ricordo i tempi perché la mia memoria ha una po’ cancellato, lui mi chiese di vedersi, il famoso ultimo appuntamento, non ci si crede ma è davvero così. Lui piangeva, diceva che mi voleva chiedere scusa per tutto quello che aveva fatto, lo ha anche scritto,  “sono stato l’uomo peggiore di questo mondo, ho il dovere di chiedere scusa a te al mondo intero, perché non so cosa sia successo, non posso pensare di aver fatto quelle cose”. Veramente un pentimento profondo, ma non era vero… Io però gli ho creduto, anzi mi sono detta: ho fatto bene a non denunciare perché lui ha capito, lui si è pentito, non lo farà più! E ci siamo visti, e quando è finita la serata sono salita in macchina, lui ha cambiato faccia, una maschera, ed ha iniziato a tirare pugni sul cruscotto e a dire che si, era vero che si era pentito, ma siccome io ero di sua proprietà, o con lui, o sotto terra! E dato che con lui non ci volevo più stare, allora lui mi avrebbe ammazzata e sotterrata quella sera, che aveva già organizzato tutto! Diceva che lui capiva che era sbagliato, ma io ero sua, quindi meglio in carcere, ma: “ tu devi morire perché tu sei mia e non posso pensarti non accanto a me”. Quando mi resi conto di quello che stava accadendo, pensai che fosse finita. Poi forse, la forza delle donne, davvero non lo so, però io ho reagito, ho fatto finta di sentirmi male, mi sono girata facendo finta di avere conati, lui istintivamente ha rallentato, io mi sono buttata giù dalla macchina. Lui si è fermato, mi ha ricorsa, ho corso.  Lui mi ha preso, mi ha dato calci, era ancora caldo avevo un abito leggero, io cadevo e mi rialzavo, mi ricordo che eravamo in una zona dove cerano tanti palazzi, e io correvo, correvo e suonavo tutti i campanelli, poi cadevo, mi riprendevo, e continuavo a suonare tutti i campanelli. Non ricordo se gridavo, non lo so… 

Trascinata come un sacco nero dell’immondizia…Alla fine lui mi prende, e mi da un calcio così forte che mi fa cadere e mi trascina alla macchina, io cercavo di fare resistenza ma senza successo. A quel punto mentre lui mi tirava come un sacco nero dell’immondizia, mi tirava per i polsi, io sentii delle urla. Vidi dei fari enormi e sentii gridare: lasciala, lasciala! Lui mi lasciò, e vidi dei mitra, dei mitra puntati contro di lui. Ero salva ero Viva! Io no lo so se i campanelli che avevo suonato erano serviti a qualcosa, o se un pattuglia passava da li per caso, non lo so non l’ho mai domandato. Fini così lui attaccato al muro!”

Dopo cosa è successo? I giorni che sono seguiti come sono stati per te? Inutile dire che sarai stata sotto shock, ma riuscivi a capire che eri salva? “Io mi sono chiusa in casa, sono tornata nel letto di mia madre, non volevo uscirne più. Dovevo andare a firmare la denuncia, ma non ci volevo andare. Alla fine riuscii ad andare in Questura e li parlai con una donna straordinaria, il Capo della Squadra Mobile, Giulia Rao, lei è stata un faro per me, mi disse in modo amorevole: “quello che è successo a te è successo a tante altre donne però sai loro non lo possono raccontare perché non hanno denunciato.” Mi voleva far capire che quelle donne erano state poi uccise e che se non lo avessi denunciato la stessa sorte sarebbe capitata a me. Mi ricordo che questo mi scioccò profondamente. Ho denunciato, c’è stato un processo dal quale lui è uscito condannato con una sentenza schiacciante, e da li in poi io mi sono ricostruita”.

Quando è successo? 2016/2017

Da allora, tu hai riscostruito la tua vita, con fatica e con un lavoro minuzioso ce l’hai fatta, e questo è bellissimo! Per questo ti chiedo un tuo pensiero per il 25 novembre. “Per me è una data in un anno, ma conosco tante donne con cui parlo che indirizzo alle varie associazioni, e per loro il 25 novembre è ancora tutti i giorni. L’aver esternato la mia esperienza ha portato anche ad altre testimonianze, una ragazza mi scrisse un messaggio alla fine di una udienza: “la tua forza e la tua dignità mi danno la forza di intraprendere il percorso della denuncia”. 

Cosa potremmo fare come società? Quale potrebbe essere un aiuto per evitare che altre donne subiscano quello che hai subito tu? “Servirebbe mettere a conoscenza delle persone quali sono i segnali identificativi di uno stolker, perché c’è un identikit, un manuale! Parlate con psichiatri, psicologi, forze dell’ordine, ve lo confermeranno. Per questo dico che sarebbe davvero importante mettere a disposizione di tutti gli strumenti per riconoscere chi abbiamo davanti. Se riusciamo a identificare anche uno soltanto di questi segnali, davvero è possibile salvarsi. Se diamo a tutti i mezzi per riconoscere questi comportamenti patologici davvero possiamo salvare una donna. Solo così si può scampare alla tragedia che una vessazione psicologica e fisica genera. 

Ma paliamo di lui, chi era, era quello che la società definirebbe una persona per bene? “Lui era più che perbene! Lui era responsabile delle risorse umane di un’importante azienda italiana, lui era responsabile della formazione a livello nazionale. Quindi, un grande personaggio! Era adorato dai colleghi. Che mai e poi mai avrebbero pensato potesse essere quello che in realtà si è dimostrato. Una sua collega, l’ho vista pochi giorni fa e mi ha detto: “io sono ancora incredula, perché quando lavoravo con lui in azienda , per noi era un dio”. Anche lei ha rischiato tanto per me, perché mi ha difesa ed ha testimoniato in udienza. Lui l’ha minacciata di darle fuoco alla casa se non smetteva di starmi vicina. Ma anche lei non ha ceduto, ho vinto anche per lei e per tutte e tutti coloro che mi hanno sostenuta in quei lunghi mesi”. 

Irene, aiutaci ad aiutare! Siamo noi a chiedere a te “come posso aiutare”: “È importante capire da subito chi si ha davanti, dopo è troppo difficile, dopo non esiste più nulla, non esiste più il quotidiano, non esiste più il relazionarsi con gli altri, non esiste più riuscire a compiere i semplici gesti di vita quotidiana. La vita non esiste più! Dopo non si vive più… si sopravvive… Quello che serve è fare prevenzione! Un corso di primo intervento! E’ importante parlarne nelle scuole, nei luoghi di lavoro, ovunque, perché possiamo essere portati a pensare che queste cose accadano in ambienti ben circoscritti, molte volte è vero, ma ogni luogo può essere a rischio. Inoltre, a me è capitato, durante la mia testimonianza in una scuola, durante un incontro, una ragazza è uscita piangendo… le indagine hanno poi rivelato, che nella sua famiglia si perpetravano episodi di violenza contro la madre e i figli. Ecco, perché è importante parlarne, ecco perché è importante testimoniare la propria esperienza, perché anche chi non riesce a fare il primo passo, possa trovare il sostegno, l’aiuto e la forza per denunciare.  Se c’è prevenzione, allora ecco che quella donna, davvero, l’hai salvata! L’hai salvata da lui, le hai salvato la vita, e l’hai salvata da una sofferenza inaudita! Perché se si può risparmiare a una donna di vivere quello che ho vissuto io, e con me molte altre, allora le hai regalato anni e anni di vita”.

Cosa è che ti mancato, cosa è che ti manca ora? “a tutti manca qualcosa… certo, una violenza ti toglie ancora di più, però posso dirti che io, credo ancora nell’amore, questo è stata una delle mie più grandi riconquiste! Lui mi rendeva incapace di credere in me stessa, negli altri, io non credevo più in nulla! Ora sono tornata a credere nell’amore, nel bello, nel buono, e sono fermamente convita che esistano persone positive. Lui non è riuscito ad annientarmi completamente, e questa è una grande vittoria. Per anni ho creduto di non farcela, ma eccomi qua, ho riconquistato anche la fiducia nell’amore! Lui mi ha tolto tanto, ma ho ripreso tanto, e la speranza, quella non l’ho persa, la speranza che da questo male il mondo possa salvarsi!”

A chi è nella tua condizione, se tu potessi dire qualcosa..: “Io direi tre parole, tre parole che avrei voluto sentirmi dire IO TI CREDO, IO-TI-CREDO

Grazie a Irene Federica Fornaciari per averci aperto il suo cuore e perché anche noi Lions, uomini e donne in questo mondo, riusciamo ad essere in grado di dire: IO TI CREDO!

Elisabetta Della Santa

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