Con l’8 settembre 1943 e l’annuncio dell’armistizio italiano con gli alleati, la popolazione civile entrò in una fase di grande drammaticità e sofferenza durante la guerra, ma la situazione per gli ebrei si rivelò ancor più tragica. Sotto l’occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana, gli ebrei furono vittime di una violenta persecuzione, caratterizzata da rastrellamenti sistematici per deportazione e sterminio, che colpirono donne, anziani e bambini. Le operazioni iniziarono con gli eccidi e le deportazioni orchestrate dai tedeschi, culminando nel rastrellamento del 16 ottobre 1943 a Roma, dove oltre mille ebrei furono catturati e deportati ad Auschwitz, con un esiguo numero di sopravvissuti. La persecuzione si estese rapidamente anche in Toscana, con operazioni di arresto e deportazione a Firenze, Siena e Montecatini, dove le razzie nei conventi portarono a violenze inaccettabili, come quella avvenuta al Carmine il 26 novembre, che coinvolse molte donne e bambini.
Nel novembre 1943, il regime della RSI avviò la propria persecuzione, dichiarando gli ebrei “stranieri nemici” da arrestare e depredare. I prefetti e i questori divennero i principali artefici della caccia agli ebrei, mentre i tedeschi si occupavano della deportazione. Due apparati polizieschi operavano in sinergia, infliggendo violenze a una popolazione ormai privata di ogni diritto. Studi recenti evidenziano come l’antisemitismo sterminazionista fosse un elemento costitutivo della RSI, nonostante nel dopoguerra si cercasse di minimizzare questo aspetto, attribuendo la responsabilità esclusivamente ai nazisti. In Toscana, l’antisemitismo istituzionale si manifestò in modo particolarmente virulento, con il coinvolgimento attivo di funzionari locali come il prefetto di Grosseto, che anticipò le direttive del governo centrale.
Le province toscane registrarono un alto numero di arresti e deportazioni, con un totale di 675 ebrei deportati. Nonostante la caccia agli ebrei portò a centinaia di deportati, molti riuscirono a salvarsi, grazie a reti di aiuto e a strategie di sopravvivenza. A Firenze, la persecuzione durò undici mesi, con centinaia di deportazioni e un numero ridotto di sopravvissuti.
I persecutori furono molteplici, dai tedeschi agli organi della RSI, come l’Ufficio Affari Ebraici, che svolse un ruolo cruciale nel coordinare le attività persecutorie e nel gestire la razzia dei beni e gli arresti. Giovanni Martelloni, a capo di questo ufficio, divenne una figura di spicco nella persecuzione antiebraica, ma alla fine della guerra sfuggì a qualsiasi punizione.
Le testimonianze di sopravvissuti come Kitty Braun e Tatiana Buccci rivelano la brutalità e l’ingiustizia subite, mentre la memoria storica è preservata attraverso luoghi significativi in Toscana, che ricordano le atrocità commesse. Il Giorno della Memoria, istituito il 27 gennaio, rappresenta un momento di riflessione e commemorazione per le vittime dell’Olocausto e un impegno collettivo a garantire che simili eventi non si ripetano mai più. Le parole della Senatrice a Vita Liliana Segre sottolineano l’importanza di mantenere viva la memoria e di educare le nuove generazioni ai valori di pace e tolleranza.
Con l’8 settembre 1943, all’annuncio dell’armistizio italiano con gli alleati, cominciò per la popolazione civile la fase più drammatica e dolorosa della guerra. Ma peggio fu per gli ebrei. Per loro, sotto i tedeschi e la RSI, si aprì il periodo più violento e feroce della loro millenaria storia nel nostro paese: la “persecuzione delle vite”, vale a dire il sistematico rastrellamento di ognuno per la deportazione e lo sterminio, compresi donne, vecchi e bambini. Dapprima furono i tedeschi a scagliarsi contro gli ebrei con eccidi, deportazioni e razzie. La più imponente di queste operazioni si svolse a Roma, nell’alba piovosa e livida del 16 ottobre 1943, quando più di mille ebrei romani, di cui solo una quindicina sarebbero tornati a casa, furono catturati ed avviati ad Auschwitz. Ma la stessa unità mobile tedesca che aveva operato a Roma, investì anche la Toscana tra il 5 e il 6 novembre 1943, colpendo contemporaneamente Firenze, Siena e Montecatini, arrestando e deportando centinaia di vittime. A Firenze fu poi la volta delle razzie nei conventi, dove molti perseguitati si erano rifugiati con l’aiuto di un comitato di salvataggio ebraico-cristiano. Al Carmine, dove si trovavano molte donne ebree con i loro figli piccoli, avvenne l’episodio più terribile. Ci fu un’irruzione nazifascista la notte del 26 novembre e poi, per ben quattro giorni, le donne recluse, prima di essere deportate ad Auschwitz (dove tutte trovarono la morte), patirono ogni sorta di violenza da parte dei militi fascisti di guardia, accorsi in aiuto dei tedeschi.
Ma alla metà di novembre del 1943, il regime collaborazionista della RSI era pronto ormai ad avviare in proprio la persecuzione degli ebrei, prontamente dichiarati “stranieri nemici” da arrestare e depredare. Dovevano essere catturate “famiglie intere”, come precisò il questore di Firenze in una circolare del dicembre 1943 diretta alle forze dell’ordine. Da allora infatti anche nella nostra regione furono i prefetti e i questori a condurre la caccia agli ebrei. Ai tedeschi restò il compito di avviare le vittime ai campi di sterminio. Erano dunque presenti due apparati polizieschi paralleli, che operarono di concerto ai danni degli ebrei inermi, i quali d’altro canto, dopo aver perso ogni diritto erano stati ridotti allo stato di pure prede. Tutti gli studi più recenti ed approfonditi dimostrano ormai inequivocabilmente come l’antisemitismo sterminazionista abbia rappresentato un tratto costitutivo della RSI, niente affatto secondario, anche se nel dopoguerra i “ragazzi di Salò” preferirono seppellire questo aspetto, adottando un atteggiamento autoassolutorio e addossando ai nazisti ogni responsabilità per la Shoah italiana. Invece spesso uomini e apparati attuarono le persecuzioni con piena convinzione ed efficacia.
In Toscana in particolare l’antisemitismo istituzionale della RSI fu particolarmente virulento, e non solo a Firenze con l’operato dell’Ufficio Affari Ebraici della prefettura repubblicana. Emblematico fu anche il caso del solerte prefetto di Grosseto, che su scala locale anticipava per proprio conto la politica persecutoria del governo centrale.
In Toscana la geografia delle persecuzioni ebbe due epicentri: uno a Firenze, dove maggiore era la concentrazione di ebrei sia residenti che profughi, e l’altro nella Toscana nord occidentale, nelle province di Lucca e Pistoia, dove molti erano gli ebrei sfollati dalla costa e soprattutto gli ebrei stranieri, lì internati nei “campi del duce” fin dal 1940, che furono arrestati prevalentemente dai carabinieri locali.
Indice riassuntivo degli arresti di ebrei seguiti da deportazione dalle province toscane:
Arezzo 64
Firenze 311
Grosseto 38
Livorno 33
Lucca 112
Pisa 16
Pistoia 84
Siena 17
TOTALE 675
La caccia agli ebrei nella nostra regione portò a centinaia di deportati. Furono essenziali delazioni e collaborazioni diffuse per realizzare questo risultato. Ma la maggioranza degli ebrei si salvò. Alcuni (pochi) riuscirono a raggiungere il sud, già liberato dagli alleati. Altri scamparono in Svizzera. Ma la maggioranza che rimase visse in clandestinità adottando le più diverse strategie di sopravvivenza. L’alto numero dei salvati, in Toscana come in tutta Italia, fu merito indubbio della brevità del periodo in cui le persecuzioni si svilupparono, della scarsità di personale da parte delle forze di occupazione tedesche, talvolta del caso, ma più spesso dell’impegno di uomini e donne, gruppi o singole persone, molto diversi fra loro, ma accomunati dalla convinzione di contrastare il disegno distruttivo del nazifascismo.
A Firenze, la “persecuzione delle vite” degli ebrei durò undici mesi, a partire da quella mattina dell’11 settembre 1943 in cui i tedeschi occuparono la città. La caccia all’uomo che si scatenò da allora portò alla deportazione di centinaia di persone. Di trecentoundici di loro si conosce l’identità. Solo in quindici tornarono indietro, otto donne e sette uomini. Ventisette erano i bambini, fra loro nessun superstite. La più piccola si chiamava Fiorella Calò ed era figlia di una famiglia povera di venditori ambulanti, sfollati e catturati tutti al Ferrone. Fiorella Calò era nata il 1° settembre 1943. Quando fu “arrestata” insieme con tutta la sua famiglia, il 24 gennaio 1944 da italiani, aveva dunque soltanto poco più di quattro mesi. Ma di molti altri, soprattutto ebrei stranieri, si è persa ogni traccia, e sarà molto difficile ricostruire un elenco davvero completo. Queste le vittime.
Ma chi erano i persecutori?
A Firenze, come altrove, gli esecutori della soluzione finale furono molti. Innanzitutto gli occupanti tedeschi in azione fin da subito. Poi il Reparto Servizi Speciali della 92° legione della GNR, meglio noto come la “Banda Carità”, che alla guerra contro la Resistenza organizzata affiancò un notevole impegno anche nella caccia agli ebrei, se pur meno conosciuto.
Ma il protagonista più significativo e caratteristico delle persecuzioni antiebraiche fiorentine fu senza dubbio l’Ufficio Affari Ebraici, un organo della prefettura repubblicana. Le persecuzioni antiebraiche ebbero notevole importanza nel territorio del capoluogo toscano e l’impegno delle istituzioni della RSI in questa direzione fu intenso e continuativo in quegli undici mesi di governo. Dalla fine di dicembre 1943, l’Ufficio affari ebraici ebbe sede al numero 26 della centralissima via Cavour. Oggi c’è il Consiglio regionale toscano, allora era una proprietà requisita all’avvocato ebreo Bettino Errera. Di quell’antico proprietario sopravvive una minuscola targa sul campanello del primo piano. L’Ufficio affari ebraici operò a Firenze su larga scala e con poteri assai ampi: si occupò di razzie patrimoniali ma anche di arresti, realizzando un efficace controllo capillare sul territorio. Seppe “lavorare” ai fini di un’efficace sinergia tanto con la “Banda Carità” quanto con la questura di Firenze, fino ad essere in grado di coordinare tutta l’attività persecutoria coniugando la violenza di carnefici senza scrupoli, incaricati della parte sporca del lavoro, torture comprese, e un gran lavorio burocratico, necessario alle diverse fasi della persecuzione. L’Ufficio redigeva liste di ebrei ricercati, verbali di confisca e di arresto. Gestiva inoltre una rete piccola ma micidiale di delatori per condurre proprie indagini sui latitanti e i loro beni.
Inoltre era l’Ufficio a tenere la contabilità dei beni incassati e i rapporti con le banche e con gli altri uffici interessati ai sequestri patrimoniali, non senza appropriazioni indebite di denaro e di beni. A capo dell’Ufficio affari ebraici era Giovanni Martelloni, un avventuriero trentottenne, volontario reduce dall’Albania, amico di Carità e di Manganiello, il capo della Provincia della RSI. Proprio attraverso l’antisemitismo Martelloni divenne una figura di spicco della RSI fiorentina, distinguendosi sia per le sue disquisizioni estremistiche che per le pratiche persecutorie. Nel dopoguerra ci fu un processo contro le malversazioni di Martelloni e della sua “banda” ma si concluse in un nulla di fatto: i principali imputati di arresti, malversazioni e violenze, furono tutti amnistiati. Finì amnistiato anche Martelloni, che essendo stato sempre latitante, riuscì a non fare neppure un giorno di galera.
Il racconto con gli occhi dei bambini:
Kitty Braun, classe 1936, esule fiumana, aveva nove anni quando fu arrestata e deportata. Il giorno del suo compleanno era sul treno che la portava a Ravensbruck. La mamma barattò con alcune partigiane un uovo e un po’ di zucchero in una tazza e preparò per lei, il fratello e il cugino Silvio una zabaione. “E fu festa” ripete sempre Kitty. Dopo Ravesnsbruck fu trasferita a Bergen Belsen, il campo di Anna Frank.
“Non riuscivo a capire cosa potessimo aver fatto per essere trattati in quel modo” racconta. Il babbo lavorava in banca e dopo le leggi razziali fu licenziato. La mamma faceva i cappelli. IL padre pensava che deportassero gli ebrei solo per impadronirsi dei loro averi. Quando fu bruciata la sinagoga davanti casa capì che il bersaglio non erano solo gli ebrei ricchi. Fuggirono. Ma furono traditi. Ricorda il freddo, un freddo tremendo, l’odore di carne bruciata e le baracche invase da pidocchi, che cercavano di schiacciare con le unghie. “Avevamo un pagliericcio – racconta – e una coperta grigia che pungeva, ma quando la notte la donna che stava sopra di noi si muoveva cadeva una pioggia nera di pidocchi. Da allora non riesco più a dormire in un letto a castello se non nel posto più in alto”. Ricorda l’ odore nauseabondo della zuppa di rape, che provocava spesso diarrea che a sua volta debilitava il fisico già compromesso dei prigionieri. Quando le mamme andavano al lavoro forzato, i bambini rimanevano in baracca. C’erano le finestre. “Stavo appoggiata sotto, al muro, e raccontavo ogni giorno novelle che inventavo – dice – Le raccontavo a mio fratello e mio cugino, gli unici che potevano capire l’italiano. Ma anche gli altri bambini si avvicinavano e stavano ad ascoltare”. Infondeva a tutti serenità.
Tatiana Buccci, sopravvissuta assieme alla sorella Andra agli orrori di Auschwitz e Birkenau e a Joseph Mengele,
“Un medico che non ha il diritto di chiamarsi medico”, come del resto tanti scienziati che utilizzarono i prigionieri dei lager come cavie. Figlie di un matrimonio misto, padre cattolico e mamma ebrea, ricorda quando nazisti e fascisti entrarono una notte nella loro casa a Fiume, il passaggio dalla Risiera di San Sabba a Triesti, quindi la deportazione ad Auschwitz. Lei aveva sei anni ed Andra quattro. Furono scambiare per gemelle e fu la loro fortuna. Racconta la prima selezione, il tatuaggio sulla pelle, la perdita del cuginetto: “Sono passati settant’anni ma il dolore non è ancora lenito. “Se non avesse fatto quel passo in avanti forse non sarebbe finito in quel campo alle porte di Amburgo. Forse sarebbe ancora vivo”.
Sergio aveva sei anni, legatissimo alle cugine. Una mattina una capoblocco amica del campo di Birkenau si avvicin ad Andra e Tatiana e disse loro: “Vi metteranno in riga e vi chiederanno di fare un passo avanti a chi vuol raggiungere la mamma. Mi raccomando non fatelo”. Così , informarono subito il loro cuginetto Sergio. Ma Sergio non le ascoltò e fece un passo avanti. Fu l’ultima volta che lo videro insieme ad altri venti. “Erano i bambini destinati a fare da cavie per esperimenti scientifici, dieci bambini e dieci bambine”. Sergio, stordito con una dose di morfina fu ucciso impiccato ad un gancio da macellaio, assieme ad altri venti ragazzi, mentre l’esercito alleato si stava avvicinando e i nazisti cercavano di cancellare le prove dei loro misfatti.
“Fu nel campo di sterminio che mi resi conto di essere diversa, un’ebrea, e pensai che tutti gli ebrei dovessero avere quella vita” racconta. “Dalla baracca dei bambini – prosegue – vedevamo il camino del forno crematorio, da cui giorno e notte usciva fumo e fiamme. Convivevamo con la morte, con il fango quando pioveva e la neve d’inverno. Ma riuscivamo ancora a giocare”
I luoghi della memoria in Toscana
Per ricordare, infatti, non occorre andare per forza in Polonia, in Austria o in Germania. Ci sono luoghi da visitare, anche in Italia e anche in Toscana:
In Lucchesia:
Il campo di concentramento per ebrei italiani e stranieri di Bagni di Lucca operò dal dicembre 1943 al gennaio 1944, quando la deportazione definitiva dei detenuti ne comportò la chiusura. Era situato presso l’ex Grande Albergo “Le Terme” in località Bagni Caldi. Il comune di Bagni di Lucca, situato nella Media Valle del Serchio, fu scelto dal Ministero dell’Interno del Regime fascista come località di internamento. In alcuni alberghi cittadini fin dal 1942 furono detenuti alcuni sfollati anglo-maltesi dalla Libia; fra l’ottobre 1942 e il gennaio 1943 furono trattenuti 100 civili jugoslavi, provenienti dal campo di concentramento di Molat (presso Zara), prima di essere trasferiti in un altro luogo detentivo.
Dopo l’Armistizio, l’ex Grande Albergo “Le Terme” in località Bagni Caldi (ex residenza estiva del Granduca di Toscana, poi trasformata in albergo e attivo fino agli anni ’30) fu scelto come campo di concentramento per ebrei italiani e stranieri; qui nel dicembre 1943 furono imprigionati decine di ebrei catturati in tutta la provincia, anche grazie a delazioni. Si trattava sia di cittadini italiani, lucchesi o sfollati, sia di persone straniere che si trovavano già da alcuni anni in internamento libero. La loro custodia fu affidata alla 86ª legione di Lucca della Guardia Nazionale Repubblicana. Vissero in un ambiente malsano, dormendo su letti di paglia, in condizioni igieniche estremamente precarie, tanto che alcuni prigionieri dovettero essere ricoverati in ospedale.
Un gruppo di partigiani, in collaborazione con la rete di assistenza agli ebrei costruita grazie all’ebreo pisano Giorgio Nissim e ai sacerdoti Oblati del Volto Santo, preparò un piano di salvataggio che non fu mai messo in pratica per il preventivo trasferimento di tutti gli ebrei. Il 23 gennaio 1944 furono portati con alcuni camion a Firenze e da lì nel carcere di San Vittore a Milano, dove il 30 gennaio salirono sul convoglio n. 6 in direzione Auschwitz. Il viaggio di deportazione era concepito sia come una forma di sterminio attraverso la selezione dei più deboli, che non sopravvivevano, sia come mezzo ideologico di sradicamento e di annientamento della personalità: una giovane ebrea lucchese morì nel corso del viaggio. Molti furono uccisi al loro arrivo nelle camere a gas; solamente 5 persone su un totale di 99 sopravvissero alla Shoah.
Il campo di concentramento di Bagni di Lucca venne chiuso il 25 gennaio 1944. Il totale degli ebrei deportati dalla provincia di Lucca fu di 110.
Castelnuovo Garfagnana (Lucca), luogo della cosiddetta “prigionia libera”
Castelnuovo il paese-ghetto scelto dai nazisti come luogo di concentrazione di 70 ebrei fuggiti in Italia da Germania, Austria e Polonia. Castelnuovo, così isolato e piccolo, con una comunità di 6000 abitanti, sembrò un posto ideale ai carnefici di Hitler per realizzare una sorta di esperimento di “prigionia libera” che durò due anni e finì con la deportazione di tutti gli internati. Il 2 gennaio del 43 le SS caricarono gli ebrei sui camion e li portarono ad Auschwitz. Solo due di loro sopravvissero al lager.
“Parco Nazionale della Pace di S. Anna di Stazzema”
E’ stato istituito nel 2000, con l’obiettivo di mantenere viva la memoria storica di uno dei più tragici eventi dell’estate del 1944 ed educare le nuove generazioni ai valori della pace, della giustizia, della collaborazione e del rispetto fra i popoli e gli individui. Il Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema si estende sul territorio collinare circostante il paese, concentrandosi nell’area sacrale che, dalla piazza della chiesa e dal Museo Storico della Resistenza, attraverso la Via Crucis ed il bosco circostante, giunge al Col di Cava, dove posto il Monumento Ossario.
A Firenze e Provincia:
Stazione Ferroviaria Santa Maria Novella: “binario 16 e binario 6”
Il 9 novembre 1943 oltre 300 ebrei rastrellati dai nazifascisti furono caricati al binario 16 e inviati ad Auschwitz; a ricordo è stato posto nel 2013 un monumento ideato da uno studente dell’Istituto d’arte di Firenze. Invece al binario 6 una targa richiama il treno che l’8 marzo 1944 partì da qui carico di oltre mille deportati politici rastrellati dopo gli scioperi di quel periodo, e destinati ai campi di concentramento nazisti. La targa fu collocata nel marzo 1991, in occasione del 47° anniversario della Deportazione.
Bagno a Ripoli
Il campo di Bagno a Ripoli (Firenze), presso la Villa La Selva, operò dapprima, tra il giugno 1940 e il settembre 1943, come campo di internamento civile istituito dal governo fascista al momento dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Quindi dal dicembre 1943 al luglio 1944 come campo di concentramento, istituito dalla Repubblica Sociale Italiana per la Provincia di Firenze, per gli ebrei in attesa di deportazione.
Fucecchio, Centro di Ricerca, Documentazione e Promozione del Padule
Alcune lapidi disseminate sui casotti e lungo gli argini ricordano la tragedia del barbaro eccidio perpetrato dai nazisti il 23 agosto 1944: la terza più grande strage in Toscana e la quinta in Italia. Morirono in 174, fra cui neonati e anziani: la più piccola aveva appena quattro mesi, la più anziana novantenne. Erano cittadini di Monsummano Terme e Larciano, Ponte Buggianese e Cerreto Guidi, oltre che di Fucecchio.
Prato, Museo e centro di documentazione della deportazione e Resistenza
Il 6 settembre 1944 il giorno stesso della liberazione di Prato dall’occupazione tedesca a Figline ebbe luogo l’eccidio di 29 giovani partigiani, che furono impiccati da un’unità della Wehrmacht in ritirata. Si tratta solamente di una delle centinaia di massacri compiuti in Toscana dalle truppe tedesche. Il Museo e il centro di documentazione si trovano esattamente nel luogo che fu teatro della strage di allora. Il tema dell’esposizione museale però ha uno sfondo storico diverso: in seguito allo sciopero generale proclamato dal CLN nell’Italia settentrionale e centrale nel marzo del 1944 centinaia di toscani e più di cento pratesi furono deportati nel campo di concentramento di Mauthausen e la maggioranza di loro al sottocampo di Ebensee.
A Grosseto:
Pitigliano, la Sinagoga
Costruita nel 1598, probabilmente nel luogo scelto dai primi ebrei di Pitigliano per la preghiera, crollò in parte negli anni 60. Restaurata, oggi visitabile, in un suggestivo percorso attraverso locali scavati nel tufo che testimonia della vita della comunità di quella definita la Piccola Gerusalemme: il bagno rituale, la cantina e il macello (vino e carni Kasher), l’antica tintoria e conceria, il forno delle azzime e la mostra di cultura ebraica.
Ad Arezzo:
Civitella in Val di Chiana, Villa Oliveto, Centro di documentazione sui campi di concentramento
Durante la seconda guerra mondiale la villa fu sede di un campo di concentramento per ebrei. Il Comune ha destinato l’edificio a sede di Centro di documentazione sui campi di concentramento. La villa circondata da un parco, ricco di cedri e lecci, caratterizzato da un percorso che digrada, dalla facciata principale, sui terrazzamenti coltivati ad olivi. L’edificio fu realizzato e fu dimora dei Conti Barbolani di Montauto; nel 1927 fu acquistato dalla famiglia Mazzi che lo ha ceduto alla Amministrazione Comunale di Civitella in Val di Chiana nel 1980.
La Celebrazione del Giorno della Momoria – storia:
Oggi 27 gennaio 2025 si celebra Il Giorno della Memoria, una ricorrenza internazionale, per commemorare le vittime dell’Olocausto. È stato così designato dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005 durante la 42ª riunione plenaria. La risoluzione fu preceduta da una sessione speciale tenuta il 24 gennaio 2005 durante la quale l’Assemblea generale delle Nazioni Unite celebrò il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine della Shoah.
L’Italia ha formalmente istituito la giornata commemorativa, nello stesso giorno, alcuni anni prima della corrispondente risoluzione delle Nazioni Unite: essa ricorda le vittime dell’Olocausto, delle leggi razziali e coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista.
Prima di arrivare a definire il disegno di legge, si era a lungo discusso su quale dovesse essere considerata la data simbolica di riferimento: si trattava di decidere su quali eventi fondare la riflessione pubblica sulla memoria. Erano emerse in particolare due opzioni alternative. Il deputato Furio Colombo aveva proposto il 16 ottobre, data del rastrellamento del ghetto di Roma (il 16 ottobre 1943 oltre mille cittadini italiani di religione ebraica furono catturati e deportati dall’Italia ad Auschwitz): questa ricorrenza avrebbe permesso di focalizzare l’attenzione sulle deportazioni razziali e di sottolineare le responsabilità anche italiane nello sterminio. Dall’altra parte vi era chi sosteneva (in particolare l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) che la data prescelta dovesse essere il 5 maggio, anniversario della liberazione di Mauthausen, per sottolineare la centralità della storia dell’antifascismo e delle deportazioni politiche in Italia. Infine, anche in ragione della portata evocativa che Auschwitz – oramai simbolo universale della tragedia ebraica durante la seconda guerra mondiale – da anni rappresenta per tutta l’Europa, si è optato per adottare il giorno della sua liberazione, avvenuta il 27 gennaio.
Gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:
«La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.”
Noi, uomini e donne lions, che con le loro azioni si adoperano in tutto il mondo per migliorare la vita delle comunità secondo i principi e gli scopi del lionismo, facciamo nostre le parole della Senatrice a Vita Liliana Segre: “Questo percorso collettivo non si può tuttavia esaurire il 27 gennaio. E’ un impegno che va alimentato ogni giorno, ricordando il cammino che dall’orrore dell’Olocausto ha portato l’Europa a rifondarsi su principi di libertà, democrazia e tutela dei diritti umani, Questa è la responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri giovani perché solo così potranno diventare vere sentinelle dei valori della pace, della fratellanza e della tolleranza”.
